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M5S, i militanti in Rete espellono la senatrice Gambaro: il 65,8% dice sì

M5S, i militanti in Rete espellono la senatrice Gambaro: il 65,8% dice sì

Partecipano 20mila iscritti su 48mila: 13mila votano per la "cacciata" della parlamentare. Il capogruppo di Palazzo Madama Morra: "Sono dispiaciuto, ma serve responsabilità. Scissione? Non credo".

Espulsa Adele Gambaro. L’attesa ratifica da parte della rete è arrivata dopo la votazione che si è svolta online. Gli aventi diritto (cioè gli iscritti al blog fino al 31 dicembre 2012) erano 48.292: di questi hanno votato in 19.790. Il 65,8% (pari a 13.029 voti) ha votato per l’espulsione, il restante 34,2% (pari a 6.761 voti) ha votato per il no. Sul blog di Beppe Grillo era stato dato il via libera all’operazione per l’eventuale ratifica dell’espulsione: “La senatrice Adele Gambaro ha rilasciato dichiarazioni lesive per il M5S senza nessun coordinamento con i gruppi parlamentari e danneggiando l’immagine del M5S con valutazioni del tutto personali e non corrispondenti al vero” si leggeva. Il primo commento è del capogruppo al Senato dei Cinque Stelle, Nicola Morra: “Sono umanamente dispiaciuto ma ricordo a me stesso che vanno coniugate libertà e responsabilità”. Secondo Morra “il rischio scissione credo che non ci sia. Cerco di ragionare con tutti i miei colleghi: la mia porta è sempre aperta ed il telefono è acceso fino a notte tarda. Dobbiamo lavorare affinchè le ragioni dell’unità prevalgano”. Quanto alla Gambaro “sarà lei che dovrà valutare se uscire dal gruppo”.

Secondo la senatrice Serenella Fucksia l’espulsione “è una cosa sbagliata: se qualcuno ha valutato che ci siano delle ragioni, spero che, prima o poi, anch’io riesca a comprenderle perché, ad oggi, i meccanismi che ci sono dietro mi sono oscuri. Non li comprendo”. Fucsia critica anche le modalità del voto: “Sarebbe interessante avere il nominativo di chi ha votato: un voto non segreto ma nominativo”. Non solo: “Avevo visto, questa mattina, che partivano le votazioni sul blog, poi ho visto che ancora non si entrava e, tra gli impegni di lavoro nelle commissioni ed in Aula, avevo programmato di mettermi stasera e votare con calma. Ma non ce l’ho fatta. Non è possibile che si decida in cinque ore. Avrei votato ovviamente no all’espulsione di Adele e a quella di chiunque altro perché, comunque, si tratta di una risorsa in meno per il gruppo, di una perdita di competenze umane e di presenza sul territorio”. La Fucsia spera “che il gruppo da questo errore cresca, perché gli errori fanno esperienza e questo gruppo di esperienza ne deve fare molta. Ne presuppongo molti altri”. Non pare farne un dramma Francesco Campanella: “Non mi piacciono le espulsioni. Adele è una persona in gamba e ogni elemento di diversità in un gruppo è di ricchezza” ma “la rete è il nostro referente democratico…”. Neanche Campanella vede rischi di scissione: “C’è tanta gente che conta su di noi, ognuno è in contatto con gli elettori, i militanti. Scissione vorrebbe dire una divisione verticale di tutto questo mondo. Penso non si rischi proprio per questo”. Secondo il senatore tutto è “enfatizzato e drammatizzato” dal fatto che il metodo dei Cinque Stelle è trasparente, ma “non siamo gli unici ad espellere: gli altri lo fanno nelle segrete stanze”.

Duro invece il senatore Roberto Cotti, secondo il quale “la rete non aveva elementi per giudicare correttamente”. Anzi l’espulsione della senatrice “è un danno d’immagine enorme – spiega in un’intervista a Globalist.it – Una cosa assurda espellere una persona che fa una dichiarazione che non condividiamo. Sarebbe il caso di chiudere con queste vicende e cominciare a parlare di politica”.

Contro l’espulsione di Adele Gambaro si è schierata anche la collega emiliana al Senato Maria Mussini: “Sono entrata nelle istituzioni come portavoce per coinvolgere il maggior numero possibile di cittadini consapevoli e impegnati in un processo di cambiamento, non per espellere compagni di lavoro e di fatica”, ha scritto su Facebook nel pomeriggio. Il no della Mussini nasce anche dall’assemblea di lunedì scorso: “Mi spiace solo che alla rete non sia stata data la possibilità di avere gli stessi strumenti che ho avuto. Finiamola di parlare di gossip o fomentare le divisioni: il lavoro da fare è tanto e c’è bisogno dell’aiuto di tutti”. E ha votato no anche il possibile “subentrante”, cioè colui che prenderebbe il posto della Gambaro, se questa dovesse decidere di dare le dimissioni da Palazzo Madama: ”Credo che Adele abbia sbagliato tempi e modi, ma di sante inquisizioni ne ho abbastanza e sono, ovviamente, per la libertà d’opinione – scrive su facebook Marco Affronte, riminese – Se Adele Gambaro desse le dimissioni dal Senato, io subentrerei al suo posto. Ho però votato NO alla sua espulsione”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

Wifi e dintorni: perche è il decreto del dis-fare l’Agenda digitale

Wifi e dintorni: perche è il decreto del dis-fare l’Agenda digitale

Riccardo (Luna, il direttore di “CheFuturo”, ndr), mi rimprovera spesso – scherzosamente, lo so – di essere un innovatore entusiasta ma “pessimista”, nel senso che non mi aspetto che l’innovazione (e, in particolar modo, Internet e il digitale) possa ricevere dalla classe dirigente di questo Paese l’impulso fondamentale di cui – da anni – ha bisogno.

E allora, per commentare i primi provvedimenti del Governo Letta in materia di digitale, ho letto e riletto con attenzione i pochi articoli dedicati alla materia nell’ambito del c.d. “Decreto del fare” approvato sabato dall’Esecutivo. Ci ho provato, confesso, a vedere il bicchiere “mezzo-pieno”, a percepirlo come la dimostrazione di un cambio di passo… ma proprio non ci riesco. E provo a spiegare il perché.

L’immagine più efficace per descrivere l’azione del Governo è quella mitologica della “tela di Penelope”, la regina di Itaca che aveva subordinato la scelta del suo nuovo marito all’ultimazione di un lenzuolo ma che – pur di impedire che ciò accadesse – la notte disfaceva ciò che aveva tessuto di giorno.

Così, da oltre un decennio, si comportano i Governi di ogni colore politico che, all’inizio del mandato, smantellano quanto fatto dall’esecutivo precedente e disegnano, con norme più o meno complesse, riforme che non avranno tempo (e risorse) per realizzare.

Anche il “Decreto del fare” non si sottrae a questa regola. Nonostante roboanti annunci e comunicati stampa, a chi legga il testo del decreto non resterà che la constatazione che si tratta di un intervento assai deludente, se non addirittura dannoso.

Gli articoli che si occupano del digitale sono assai pochi e nessuno di essi è idoneo a far superare lo stallo dell’innovazione italiana né a portare frutti in tempi brevi.

Il decreto, a dispetto del nome, si occupa innanzitutto di “DIS-fare” l’organizzazione che il precedente esecutivo aveva dato alla gestione dell’Agenda Digitale.

In Italia, e già questo è indicativo, non esiste un Ministero che si occupi a tempo pieno del digitale (con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti): le competenze sono state assegnate – a seconda del Governo – a un Ministro diverso (a quello della Pubblica Amministrazione oppure a quello dell’Istruzione o, ancora, a quello dello Sviluppo Economico).

Per l’Agenda Digitale, nel 2012, fu istituita addirittura una “Cabina di Regia” composta da quattro Ministri che non ha dato buona prova di sé, in quanto questo modello crea sicuri conflitti e pericolose duplicazioni. Come se non bastasse, il “Decreto del fare” aggiunge un altro componente al tavolo della Cabina di Regia (il Presidente del Consiglio che la presiede) e istituisce altre due figure:

  • un “Tavolo permanente per l’innovazione e l’agenda digitale italiana”, organismo consultivo composto da esperti in materia di innovazione tecnologica e da esponenti delle imprese private e delle Università (ma non della società civile);
  • un’apposita “struttura di missione” capeggiata da un Commissario di Governo per l’attuazione dell’agenda digitale (il c.d. “Mister Agenda Digitale” che Letta ha già individuato nella persona di Francesco Caio).

Nuove figure, quindi, nuovi assetti da trovare e nuovo, assai prevedibile, stallo.

Siamo sempre il Paese in cui il Governo-Penelope – nei vent’anni dal 1993 al 2012 – ha cambiato quattro volte nome e competenze dell’Autorità incaricata di occuparsi del digitale: da AIPA, a CNIPA, per passare a DigitPA e finire – infine – con l’Agenzia per l’Italia Digitale.

E adesso, ancor prima che l’Agenzia sia diventata operativa (ad un anno dalla sua istituzione non ha ancora uno Statuto), il Governo istituisce un Commissario che presidierà l’attuazione dell’Agenda digitale e un tavolo costituito da esperti e imprese.

Sarebbe una buona idea, forse, se il Commissario avesse poteri di coordinamento effettivo, ad esempio per l’emanazione dei provvedimenti attuativi – oltre trenta! – da cui passa l’attuazione dell’Agenda Digitale (buona parte dei quali avrebbe dovuto essere già adottata). E invece, il Commissario è una figura sfornita di alcun potere effettivo che non sia la moral suasion derivante dalla sua fama.

Fin troppo facile, per chiunque abbia un’esperienza in questo settore, prevedere che le iniziative di questo “Mister Agenda Digitale” rimarranno impantanate nel coordinamento tra i diversi uffici legislativi o in scontri istituzionali tra i diversi soggetti della Cabina di Regia.

E poi, il Commissario quale Agenda Digitale attuerà? Quali saranno le priorità? Ad esempio: qual è l’idea di amministrazione digitale del Governo? Quale quella di diritto d’autore? Le buone prassi da seguire sono gli USA dell’illuminato Open Gov obamiano o la Francia della liberticida legge HADOPI?

Nessuno lo sa, a quanto è dato di capire e visto che il Governo – a quasi due mesi dalla sua entrata in carica – sta ancora discutendo del “chi” e non del “cosa”.

Di conseguenza, le altre norme che il Decreto del fare dedica al digitale non sono granché innovative, limitandosi a modesti ritocchi ad istituti che esistevano già:

  • si prova a favorire il domicilio digitale, vale a dire la possibilità per il cittadino di poter utilizzare un recapito di posta elettronica nei propri rapporti con l’amministrazione. Tuttavia, invece di consentire di utilizzare a ciascuno un proprio recapito e-mail o PEC, si prevede unicamente la facoltà di utilizzare la c.d. CEC-PAC (una “mini-PEC” che il Ministro Brunetta decise di regalare ai cittadini e che però funziona solo per inviare/ricevere messaggi con indirizzi di pubbliche amministrazioni). Si tratta, indubbiamente, di un’occasione sprecata in quanto la CEC-PAC è stato uno dei più grandi fallimenti dell’informatica pubblica: costata oltre 50 milioni di euro è stata attivata da poco più di un milione e mezzo di cittadini. Il Governo, in presenza di questi dati, avrebbe dovuto tirare le somme di questa esperienza, costruendo un sistema di comunicazioni digitali più efficace (e meno oneroso) tra PA e cittadini.
  • il Governo, inoltre, prevede che – nell’ambito del programma di razionalizzazione dei Centri elaborazione dati CED delle Pubbliche Amministrazioni già previsto dal precedente Governo – vengano individuati i livelli minimi dei requisiti di sicurezza, di capacità elaborativa e di risparmio energetico. Si tratta di una previsione davvero poco utile, da un lato perché tali contenuti avrebbero potuto essere già inseriti nel piano (indipendentemente dal Decreto), dall’altro perché non incide sui tempi della razionalizzazione dei data center delle PA. Visto che da tale misura potrebbero derivare risparmi per 5,6 miliardi di euro in cinque anni, sarebbe stato lecito aspettarsi che il decreto legge servisse per accelerare quest’azione.
  • non difformi sono le considerazioni da fare sulle previsioni in materia di fascicolo sanitario elettronico, una delle più importanti innovazioni in materia di sanità digitale. Anche in questo caso, l’intervento del Governo Letta si limita a qualche modesta (e marginale) modifica e alla fissazione del termine del 31 dicembre 2014 quale data entro la quale Regioni e province autonome devono istituire il fascicolo sanitario elettronico. Nonostante da anni siano in corso sperimentazioni e dal 2012 il fascicolo sia previsto normativamente, si sceglie di aspettare ancora oltre un anno, rinunciando nel breve periodo ai risparmi che potrebbero derivarne (le stime presentate dal Governo Monti parlano di 3-5 miliardi di Euro l’anno).
  • la stessa “liberalizzazione” del WI-Fi – così come è stata pomposamente definita in conferenza-stampa – è un ben più modesto intervento di limitata semplificazione che ha poco a che vedere con gli obblighi di identificazione degli utenti e dovrebbe avere un limitato impatto sulla vita degli utenti.

Queste le misure tanto strombazzate nei giorni in cui al vertice dei G8 si parla di Open Data e a Dublino si tiene la “Digital Agenda Assembly”: piccoli ritocchi che non incidono immediatamente né sulla vita dei cittadini, né sulla competitività del Paese, né sul risparmio delle Amministrazioni.

Per non parlare del fatto che molte di queste disposizioni sono destinate a diventare operative dopo il 2014, quando questo Governo non ci sarà più (lo stesso Presidente Napolitano non ha fatto mistero del fatto che questo esecutivo ha una durata non superiore ai 18 mesi).

Caratteristica del Governo-Penelope, infatti, è quella di tessere un ordito normativo fatto di piccole e irrilevanti modifiche a istituti che esistono già, ma mai accelerare verso il digitale e prevedere subito misure innovative o che potrebbero portare immediatamente benefici o risparmi.

Il Governo, ad esempio, avrebbe potuto rendere più celere l’attuazione della fatturazione elettronica nei confronti della PA, caso esemplare di innovazione “all’italiana”: il legislatore l’ha resa obbligatoria fin dal 2008 ma la norma – per essere operativa – aveva bisogno di regole tecniche che sono state emanate solo nel 2013 e che dovrebbero garantirne l’effettività entro i prossimi due anni. A differenza di quanto pensano in molti, non si tratta soltanto di una norma che interessa gli addetti ai lavori: questo ritardo è costato allo Stato un mancato risparmio quantificabile in 3 miliardi di euro all’anno (per un totale di 21 miliardi di Euro dal 2008 al 2015, molti di più di quelli che servirebbero per evitare l’aumento dell’IVA o per abolire l’IMU).

Ma questo lo fa un Paese che ha intenzioni serie, non uno che si limita a sfornare norme più o meno utili (da esibire sui giornali e nelle conferenze stampa) che saranno smantellate dalla mancanza di strategia o di risorse, dall’inerzia o dagli atti di un successivo Governo.

Non basta più apparire a favore del digitale, bisogna essere per il digitale. Anche perché, come scriveva Metastasio, “il parere e non essere è come il filare e non tessere”.

Roma, 18 giugno 2013

ERNESTO BELISARIO

Fonte: chefuturo.it

“Ridotte di 550 milioni le bollette della luce”. No: solo di 200. Per il resto stangheranno le rinnovabili?

Pericolo per ora scampato. Il Governo, nella seduta fiume dedicata al “decreto del fare” che è terminata ieri sera, ha effettivamente “ristrutturato” le bollette dell’energia elettrica e promette agli italiani che pagheranno 550 milioni in meno: in questa “ristrutturazione” tuttavia non rientra la temuta nuova tassa in base alla quale i produttori di energia rinnovabile avrebbero finito per pagare più dei petrolieri.

Tuttavia in conferenza stampa ieri sera l’esecutivo ha annunciato che prossimamente “rimodulerà” gli incentivi alle rinnovabili. Traduzione più probabile: li diminuirà. Inoltre non si vede proprio da dove spunteranno fuori tutti i 550 milioni di promesse riduzioni in bolletta: le riduzioni ci sono, sì, ma solo per 200-250 milioni.

Evidentemente nelle menti governative la stangata sulle rinnovabili (anzichè sui petrolieri) sarebbe l’unico modo per far diminuire la bolletta della luce

In materia di bollette per l’energia elettrica, il comunicato stampa diffuso dopo la riunione del Consiglio dei ministri di ieri recita:

abbiamo modificato le modalità di determinazione delle tariffe concesse agli impianti in regime Cip6, in modo progressivo, portandole in linea con i prezzi di mercato che si sono significativamente ridotti nell’ultimo periodo; abbiamo bloccato la maggiorazione degli incentivi all’elettricità prodotta da biocombustibili liquidi, maggiorazione che avrebbe comportato un aumento delle tariffe di 300 milioni all’anno e avrebbe premiato impianti con scarsi benefici ambientali che saranno invece oggetto di iniziative di riqualificazione

Non ci capisce granchè, vero?, e i 550 milioni non sono neanche citati. Per cercare di sbrogliare la matassa ho ascoltato pazientemente tutta la conferenza stampa (il video si scarica da questa pagina) tenuta dal Governo al termine della seduta.

Il ministro Zanonato parla della bolletta dell’elettricità al 33° minuto. Dice appunto che diminuiranno di 550 milioni grazie alle manovre sugli incentivi all’energia elettrica prodotta bruciando il biodiesel (in particolare l’olio di palma) e prodotta bruciando le schifezze (essenzialmente rifiuti e fondi di raffineria) che l’italico genio legislativo ha da anni assimilato alle rinnovabili. Tutti gli incentivi in questione gravano appunto direttamente sulle bollette.

Intanto mi complimento col ministro: e – per una volta – senza ironia. I biocarburanti in generale (o i biodiesel, come li chiama lui) e l’olio di palma in particolare sono autentiche porcherie dal punto di vista ambientale. Se li castiga, fa solo bene.

Però, attenzione: il comunicato stampa governativo dice chiaramente che non entreranno in vigore gli aumenti (300 milioni) degli incentivi a chi produce energia elettrica bruciando biodiesel (o olio di palma). Mancato aumento non significa riduzione.

Quanto alle assimilate, stando alle parole pronunciate in conferenza stampa, gli incentivi verranno ricalcolati al ribasso agganciandoli al solo prezzo del gas. Secondo i calcoli della vigilia, questo alleggerirebbe le bollette degli italiani di soli 200 milioni.

Eccolo qui, l’unica vera riduzione: sarebbero appunto 200-250 milioni e non i 550 di cui pure ha apertamente parlato il ministro.

Comunque, se anche per pura ipotesi volessero ribassare di 550 milioni gli incentivi Cip6 alle assimilate, i bruciatori di schifezze non patirebbero il freddo: l’anno scorso hanno estratto dalle nostre tasche, attraverso gli incentivi caricati sulle bollette dell’elettricità, la bellezza di 2.239 milioni, mentre alle vere rinnovabili sono andati solo 918 milioni.

E poi, quanto all’idea iniziale di far diminuire le bollette dell’energia elettrica diminuendo gli incentivi alle rinnovabili, il ministro ha detto in conferenza stampa che il Governo ne ha discusso a lungo ma ha optato per un futuro decreto che valorizzi le rinnovabili “rimodulando i contributi” (quel “rimodulando” di solito nel gergo ministeriale significa “diminuendo”) e “tenendo conto dei diversi aspetti che sono importantissimi per le nostre industrie”.

Per le nostre industrie, stampatevelo in mente. Chi nelle industrie lavora (o chi semplicemente lavora, o chi non trova lavoro, o chi paga le bollette della luce) si trova più in basso nella gerarchia dell’importanza governativa.

Fonte: blogeko.iljournal.it

Legge speciale sul petrolio e contro le trivellazioni, proposta di legge del Movimento 5 Stelle. Petrocelli (diamola a bere ai petroliferi)

Vito Petrocelli
Il senatore lucano Petrocelli: “Il Movimento 5 Stelle inizia un percorso partecipato con esperti internazionali come la professoressa D’Orsogna ed il professor Ortolani che porterà a formulare  una proposta  di legge ad hoc a tutela di acqua, aria e terra e per fermare le lobby petrolifere”.
“È tempo di una legge speciale sul petrolio! I petrolieri e i loro amici politici perforano in ogni direzione nel nostro sottosuolo, anche fino a 7 km di profondità. Usano molte sostanze chimiche, spappolano la roccia di scisto e con essa la serenità di intere comunità che dal suolo e dal sottosuolo ricavano la loro sussistenza quotidiana. Perforano dove meglio credono, senza alcun limite e controllo, anche vicino agli ospedali, nei corsi d’acqua, nelle aree di ricarica dei bacini idrici e delle sorgenti, nei centri abitati, lungo le faglie sismiche o nelle aree coltivate. Sceglie Scaroni, decide Passera, permette Clini, promulga Romani, conferma Zanonato e il cittadino subisce senza nemmeno essere ascoltato e realmente ripagato dei danni accumulati.   È tempo di una legge speciale che abolisca le royalties in ambito petrolifero (sono la distrazione di massa, l’osso da litigarsi, mentre loro ti devastano indisturbati il tuo futuro), e che fermi gli effetti che l’attività estrattiva, altamente invasiva, provoca sull’aria, sul suolo, nel sottosuolo e soprattutto al ciclo dell’acqua e alla catena alimentare umana.
Un bel bicchiere d’acqua ristoratore ci aiuta a deglutire, a far pipì, a reidratarci e, se non li fermiamo, ci aiuterà anche a inquinarci irreversibilmente.
L’acqua italiana è, infatti, malata da tempo, e, nel tempo, da bravo malato terminale qual è, il suo stato di salute è andato peggiorando. L’Ispra nel 2013 ha denunciato che met à delle nostre acque sono avvelenate, http://notizie.tiscali.it/articoli/interviste/13/04/ispra-contaminazione-acqua.html, ma nel 1989, al tempo dell’atrazina nelle falde lombarde, quando il grave inquinamento fu risolto per legge aumentando i limiti di tolleranza umana, non stava certo meglio.
Di volta in volta il nostro bene primario lo troviamo condito con l’arsenico, con i fitofarmaci, con i nitrati e, chiaramente, con gli idrocarburi.
Quando gli enti idrici o di controllo preposti fanno analizzare l’acqua che entra nella potabilizzazione, ricercano ben 37 metalli pesanti, molti dei quali riconducibili alle attività estrattive.
Cromo, vanadio, nichel, manganese, mercurio, cobalto, ferro, rame, alluminio, eccetera …. sembra una miniera più che un bicchiere d’acqua, ma non ci puoi fare nulla: sono oramai degli habitué del nostro bicchiere d’acqua e te li devi bere, dicono, a norma di legge. Dove la legge italiana, però, non contempla il rischio di accumulo tra le tante sostanze presenti nell’acqua per uso umano o per uso agro-zootecnico né mette limiti (?) alla presenza di parecchi inquinanti, come ad esempio i noti cancerogeni berillio e idrocarburi C10-C40. Né, evidentemente, consente di bloccare l’erogazione dell’acqua potabile quando, come è accaduto con l’Acquedotto pugliese www.olambientalista.it/wp-content/uploads/2012/12/analisi-aqp-pertusillo1.pdf, si scopre che il potabilizzatore non ha fermato gli inquinanti berillio, C10-C40 con l’aggiunta del bario. Portandoli nelle case della gente …. senza limiti?
Al Senato della Repubblica, il Movimento 5 Stelle cerca di ripulirla, la nostra acqua, partendo dal possibile inquinamento da metalli pesanti che la “pesante” attività estrattiva mette nel nostro bicchiere di acqua, ma anche nel nostro piatto di insalata in un frullato o nella nostra bistecca, perché l’acqua si beve e … si mangia.
È tempo di una legge speciale sul petrolio: è una legge di tutela dell’ambiente; è una legge di tutela della salute umana; è una legge di economia, perché deciderà un diverso modo di “sfruttare” il territorio e la ridistribuzione della ricchezza collettiva, partendo dal combustibile primario che muove la società.
È una legge che mette i puntini sulle «i» della linea politica del Movimento 5 Stelle, quella che è nata con il blog www.beppegrillo.it  ed è stata scritta dal lungo percorso “educativo” verso un nuovo modello socio-economico che ci ha portati in Parlamento.
Il Movimento non può prescindere da alcuni punti cardine: la tutela del territorio, il rispetto di chi lo abita, il diritto alla salute, un diverso modello energetico ed economico per il Paese, la scuola pubblica e per tutti, la fuoriuscita dal fossile e il no netto all’ incenerimento dei rifiuti e del nostro futuro”.
Vito Petrocelli,  portavoce Movimento 5 Stelle al Senato della Repubblica e Membro della Commissione Industria
PROGRAMMA MARTEDI’ 25 GIUGNO 2013
  • ore 9,30 convegno nella sala Tatarella, Camera dei Deputati, Roma per una visione d’insieme della questione petrolio.
Questa il progamma del convegno con temi e relatori: 
«DIAMOLA A BERE AI PETROLIERI»
Nuove norme a tutela di acqua, aria e terra
intervengono:
  • Vito Petrocelli  e Mirella Liuzzi «Le ragioni di nuove disposizioni in tema di violenze al territorio e ai cittadini»  (portavoce M5S al Senato della Repubblica e alla Camera dei Deputati)  
  • Luca Pardi – (presidente di ASPO-Italia)
  • Maria Rita D’Orsogna «Petrolio, gas e territorio – proposte»
  • (Docente di fisica California State University Northridge)
  • Massimo Civita «Risorse idriche sotterranee: contrasto ai rischi di inquinamento comuni alle attività petrolifere»
  • (Professor of Applied Hydrogeology Politecnico di Torino)
  • Albina Colella  «Petrolio-acqua, risorse strategiche nazionali: l’esperienza della Val d’Agri, il più grande giacimento d’Europa»
  • (professore ordinario di geologia, Università di Basilicata)
  • Franco Ortolani  «Problemi geo-ambientali connessi alle attività del sottosuolo in aree interessate da faglie sismiche»
  • (Professore ordinario di geologia,Università di Napoli)
  • Giulio Menegari e Gianni Franzoni   «Controllore e controllato: norme per l’istituzione di un organismo di controllo indipendente»
  • (tecnici del petrolio ex dipendenti Eni)
  • Giovanna Bellizzi  (avvocato)
  • Enzo Di Salvatore  «La disciplina giuridica del petrolio: problemi e prospettive»  (professore associato di Diritto costituzionale,  Università degli studi di Teramo)
  • Felice Santarcangelo e Giuseppe Macellaro – «Gli attivisti dell’ambiente»  (No Scorie Trisaia/Ola e No Triv)

Fonte: sassilive.it

Fico rinuncia alle indennità di carica in Vigilanza RAI

Fico rinuncia alle indennità di carica in Vigilanza RAI

«Il 6 giugno sono stato eletto Presidente della Commissione Parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi anche detta commissione di vigilanza RAI.

Subito dopo l'elezione dall'ufficio di presidenza, come prevede il regolamento, ho mandato una lettera che annunciava la mia elezione al Presidente del Consiglio dei Ministri, ai Presidenti di Camera e Senato, al Presidente della Rai, al Direttore Generale della Rai e al Presidente dell' AGCOM.

Il 7 giugno mattina mi sono recato all'ufficio delle competenze parlamentari e ho rinunciato totalmente all'indennità di funzione ovvero all'indennità aggiuntiva a cui avrei avuto diritto come Presidente.

Il risparmio per i cittadini è esattamente 26.712,00 euro l'anno che moltiplicato per cinque anni fa 133.560 euro.

L'esempio è sempre più importante di mille parole. Ho chiesto poi ai partiti che compongono la commissione di comunicare alla presidenza i nomi dei capigruppo così da poter convocare il primo ufficio di presidenza.

Lunedì mattina sarò nell'ufficio di Palazzo San Macuto, dove ha sede la commissione, per iniziare l'allestimento del mio ufficio e conoscere i nuovi dipendenti della Camera dei Deputati assegnati alla commissione.»

Roberto Fico

Fonte: beppegrillo.it

Tasse e royalties su idrocarburi, cave e acque minerali:il M5S prova a disincentivare il saccheggio della Sicilia

Tasse e royalties su idrocarburi, cave e acque minerali:il M5S prova a disincentivare il saccheggio della Sicilia

Petrolieri, proprietari di cave e di industrie di imbottigliamento dell’acqua nel mirino degli emendamenti del Movimento Cinque Stelle all’Ars. I deputati  M5S di Palazzo dei Normanni hanno presentato alcuni emendamenti alla Finanziaria che puntano a far cassa e al contempo a disincentivare l’estrazione di idrocarburi  o dalle cave e a ridurre la commercializzazione dell’acqua in bottiglie di plastica.

Il blitz in casa degli “intoccabili” frutterebbe  quasi trentadue milioni di entrate aggiuntive, che arriverebbero tassando o aumentando  le royalties su idrocarburi, acque, cave  e combustibili.

“Finora – dice il deputato Claudia La Rocca - la Sicilia è stata saccheggiata praticamente senza contropartita o con contropartite misere. Si pensi, ad esempio, all’attività di estrazione dalle cave, che finora ha prodotto zero entrate a fronte di ben 557 cave attive, o al pet-coke (una sorta di combustibile) per l’uso del quale finora non è stata prevista alcuna tassa o sanzione”.

Una mini rivoluzione è prevista dagli emendamenti a Cinque Stelle anche sul fronte acque minerali, la cui estrazione ha finora prodotto un attivo per la Regione di soli 900 mila euro, a fronte dei 2 milioni e mezzo previsti dagli emendamenti dei 5 Stelle.

L’emendamento presentato da La Rocca e dagli altri quattordici parlamentari stellati prevede infatti un aumento del canone relativo sia agli ettari utilizzati che all’acqua estratta, con sconti per chi imbottiglia in vetro o per chi pratica la politica del vuoto a rendere.

“Quest’ultimo – sottolinea Claudia La Rocca – è un aspetto importantissimo, se si pensa che in Italia l’acqua in bottiglie di plastica comporta l’uso di 365 mila tonnellate di PET, che comportano enormi  costi di smaltimento, considerando che in regioni come la nostra non esiste un sistema di riciclo dei rifiuti efficiente”.

E’ sul fronte degli idrocarburi, però, che si avrebbero i maggiori vantaggi dai correttivi alla Finanziaria. L’emendamento preparato in casa 5 Stelle prevede infatti il raddoppio delle royalties (che passerebbero dal 10 al 20 per cento) e l’eliminazione della franchigia.

Se dovesse arrivare il via libera, le entrare per la Sicilia in quest’ultimo ambito raddoppierebbero, passando dagli attuali quasi 19 milioni di euro a circa 38 milioni.

Fonte: sicilia5stelle.it

I tarantini Labriola e Furnari escono dal gruppo M5S Camera ed entrano nel gruppo misto

I tarantini Labriola e Furnari escono dal gruppo M5S Camera ed entrano nel gruppo misto

Il gruppo parlamentare alla Camera MoVimento 5 Stelle, nell'apprendere del passaggio di due colleghi al Gruppo misto, desidera salutarli e augurare loro buona fortuna.

Auguri a Vincenza Labriola e Alessandro Furnari di buon lavoro, con l'auspicio che riescano a concretizzare molti efficaci progetti di legge: nel MoVimento 5 Stelle non sono infatti riusciti a proporne neppure uno, oltre ad aver apposto le loro firme a progetti altrui, siglando appena un paio di interrogazioni in due, in tre mesi di lavoro.

Siamo certi che al gruppo misto lavoreranno molto meglio, anche considerando che saranno finalmente liberi di disporre di tutto il denaro spettante senza dover più adempiere agli impegni presi con il codice di comportamento e col "fastidioso" Beppe Grillo. Argomento, questo, che hanno molto a cuore e su cui si concentra la loro "dissidenza".

Tale serenità economica consentirà loro anche di dedicarsi finalmente al problema Ilva, che da deputati tarantini vedono certamente come stella polare. Finora, però, non hanno purtroppo avuto modo di pronunciarsi o di impegnarsi in proposito neanche una volta, preferendo delegare in toto tale spinosa questione al senso di responsabilità degli altri colleghi pugliesi che ci stanno mettendo la faccia e l'impegno.

Per finire siamo sicuri che i due deputati, finalmente "liberi", sapranno rendere merito anche al nuovo titolo di cui potranno ora fregiarsi: l'onorevole Labriola e l'onorevole Furnari.

Fonte: Montecitorio5Stelle

Inaugurata a Capaci la prima rete wi-fi gratuita

Inaugurata a Capaci la prima rete wi-fi gratuita

CAPACI, 2 GIUGNO 2013 - La prima rete pubblica gratuita wi-fi a Capaci è una realtà. A presentarla alla stampa e ai cittadini è stato Pietro Salvino, candidato sindaco del Movimento Cinque Stelle locale alle prossime amministrative del 9 e 10 giugno.

Il punto wifi, situato al momento in piazza 23 maggio, è riconoscibile per alcuni eco-banner, la cui grafica è stata progettata dall'architetto Fabrizio Russello facendo riferimento ai colori della famosa barca "Capaciota".

Dalla pagina Facebook "Libera RETE Capaci" con un post corredato dalle foto dell'iniziativa spiegano come funzione la rete: "È semplice: vai in spiaggia, attiva il wifi del tuo Smart phone, seleziona la "libera rete Capaci", registrati con nome e numero di cellulare, inserisci la password che ricevi nell'sms....e naviga gratis per 4 ore! Dopo 4 ore fai di nuovo l'accesso con un nuovo SMS!

Presenti all'inaugurazione della rete rappresentanti dello studio Russello e dell'azienda Wishnet di telecomunicazioni, che hanno collaborato al progetto, oltre l'assessore alla trasparenza in pectore del M5S di Capaci, Marcello Giglio, al deputato nazionale M5S Claudia Mannino ed al deputato regionale M5S all'ARS Giorgio Ciaccio.

Fonte: si25.it

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